LA ROCCA DEL DRAGO E LE CALDAIE DEL LATTE

Immergendosi nel fascino degli itinerari aspromontani, tra boschi profumati, profonde gole e limpidi torrenti, si giunge ad un paesino smarrito nella notte dei tempi: Roghudi.



Qui il silenzio regna sovrano e lo scenario è da favola. E come ogni favola che si rispetti esistono un drago e un cavaliere, anzi un monaco. Ma partiamo dall’inizio. Anche a Roghudi, la natura selvaggia ha regalato una collezione di pietre cariche di leggenda, raffiguranti profili di animali fantastici, conferendo alla vallata un alone magico e misterioso in grado di suscitare emozioni e far galoppare la fantasia. Proprio in mezzo alla sensazione di quiete e solitudine che avvolge i percorsi tortuosi che si inerpicano fino al paesino, si trovano due formazioni geologiche naturali che sembrano messe di guardia all’intera vallata: le Caldaie del Latte e la Rocca del Drago.


(Le Caldaie del Latte
http://fotogallery.reggiocal.it/)

Le prime somiglianti a degli enormi pentoloni calcarei, la seconda dal profilo aquilino e sinistro in cui l’erosione ha scavato due solchi che ricordano veramente gli occhi di un mostro. I due massi dalla forma bizzarra narrano di una storia fantastica i cui protagonisti sono un drago, un monaco e gli abitanti del paese grecanico. La leggenda narra che la Rocca fosse la dimora, appunto, di un drago, custode di un tesoro, che passava il tempo a terrorizzare gli abitanti della zona: ogni volta che aveva fame se la gente non lo accontentava, dava ordine di portare i bambini al suo cospetto per poi divorarli! Poco più avanti, ovviamente, le Caldaie del latte fungevano da serbatoi da dove gli abitanti prelevavano il nutrimento da offrire al mostro affinché smettesse di cibarsi dei fanciulli e di agitarsi causando veri e propri disastri. Difatti, secondo un’altra versione, il drago quando era nervoso scuoteva, con i suoi movimenti, la terra provocando frane e alluvioni.

(La Rocca del Drago)

Fu l’intervento di un frate di un convento vicino a tenerlo buono per un periodo. Ogni giorno egli si recava dal drago e lo distraeva con una conversazione lasciando così tranquilla la gente del luogo. Ma quando il frate morì il drago tornò alle sue vecchie abitudini. E gli abitanti piagati dalla violenza e dai continui smottamenti abbandonarono il paese. Si narra che il drago sia ancora lì, nella sua minacciosa Rocca, che guarda bramoso le vicine caldaie senza poterle raggiungere ed è sempre più triste perché non ha nessuno con cui parlare.

GHORIO DI ROGHUDI
Poco distante da Roghudi si trova la frazione di Ghorio, un
piccolo nucleo di case ormai anch’esse abbandonate.
Da Ghorio è possibile scorgere un grosso masso con delle
“groppe”: la “Rocca tu Dracu” che secondo la leggenda venivano
paragonate a delle piccole caldaie “Caddareddhi”, servivano al
nutrimento del drago, custode di un tesoro.


dicono del posto (LEGGENDE)
LA LEGGENDA DEL DRAGO
Il drago, oltre ad essere cieco era custode di un tesoro, il quale veniva assegnato, a chi riusciva a superare una prova di coraggio.
La prova consisteva nel sacrificio di tre esseri viventi di sesso maschile: un bambino appena nato, un capretto e un gatto nero, senza nemmeno un pelo bianco.

Per secoli nessuno si sognò di sfidare il drago, fino al giorno in cui in paese nacque un bambino malformato, l’ostetrica lo avvolse in un panno
e lo consegnò a due uomini perché se ne sbarazzassero. Ma costoro vedendosi tra le mani quella povera creatura si ricordarono della leggenda e lestamente si procurarono anche il capretto e il gatto nero. Tutto era pronto per la scarificazione, uccisero il capretto e il gatto nero, ma quando arrivò il
turno del bambino, si sollevò una tempesta di vento che scaraventò, quei sciagurati contro le rocce uccidendo uno di essi.
Da allora nessuno pensò più al presunto tesoro, anche perché l’uomo sopravvissuto alla tempesta fu perseguitato dal diavolo sino alla sua morte.

LE ANARADE
Secondo gli anziani abitanti di Roghudi, le anarade erano delle
donne aventi i piedi a forma di zoccoli come i muli e vivevano
nella contrada di “Ghalipò” di fronte Roghudi.
Le anarade, cercavano di attirare le donne del paese, affinché
si recassero al fiume a lavare i panni, con l’intento di
ucciderle, così gli uomini del paese potevano accoppiarsi solo con loro.
Si racconta che le anarade, per attirare le donne, usavano ogni
strategia, come per esempio la trasformazione della voce. Per
proteggersi dalle anarade gli abitanti del paese, fecero
costruire tre cancelli, collocandoli in tre differenti entrate:
uno a “Plachi”, “uno a Pizzipiruni” e uno ad “Agriddhea” ,
che
in effetti ancora esistono.